Benessere in Cucina

Quando il cibo dialoga con il DNA: le nuove frontiere dell’alimentazione

La nutrigenetica è la scienza che indaga il rapporto tra gli alimenti e il patrimonio genetico. Una nuova branca della nutrizione che permette di personalizzare al massimo la dieta, ascoltando il nostro corpo senza rincorrere a tabelle e calorie.

“Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in difetto né in eccesso, avremmo trovato la strada per la salute”. Questa frase, attribuita a Ippocrate, testimonia una consapevolezza che ci accompagna da millenni: ciò che mangiamo influenza il nostro benessere. Un concetto ripreso anche dal filosofo tedesco Ludwig Feuerbach che, nel XIX secolo, con la sua celebre affermazione “Siamo ciò che mangiamo”, utilizzava l’educazione alimentare quasi come termometro del grado di civiltà dell’uomo. A dispetto di una sapienza tanto antica, però, la nutrigenetica, ovvero la scienza che indaga i rapporti tra cibo e DNA, è invece piuttosto giovane. Sviluppatasi soprattutto negli ultimi quindici anni, si è velocemente affermata come una delle novità più interessanti nell’ambito della nutrizionistica.

Cos’è la nutrigenetica

«La nutrigenetica è la disciplina che studia in che modo il nostro profilo genetico interagisce con i cibi presenti nella dieta», spiega la dottoressa Giorgia Carabelli, biologa nutrizionista esperta di nutrigenetica di Varese (www.drssagiorgiacarabelli.it). «In questo modo si può capire quali sono gli alimenti che si sposano meglio con il genoma, ossia il bagaglio genetico di ogni paziente, e di conseguenza predisporre una dieta specifica». Rispetto alla nutrizionistica classica, la nutrigenetica si preoccupa non tanto di quanti grammi si debbano mangiare di un determinato alimento, ma del tipo di nutrienti da preferire. «La quantità è data dal buon senso, ma sulla tipologia degli alimenti deve essere il DNA a guidarci».

Una dieta su misura

«Il principio è che noi tutti siamo degli individui e in quanto tali abbiamo caratteristiche diverse, specifiche. Per questo non ha senso fornire delle indicazioni generali. Un cibo che può andare bene per me, potrebbe invece essere poco adatto per un altro, e viceversa». Un po’ come quando acquistiamo un abito e, anziché scegliere uno dei tanti modelli prodotti in serie, decidiamo di andare da un sarto e farci cucire il completo perfetto per esaltare la nostra silhouette. Proseguendo con la metafora: una volta prese le misure, viene il momento di cucire il vestito (la dieta) e per farlo servono i tessuti (i cibi) migliori per noi.

Alcuni esempi

«Ad esempio, nel caso di una paziente di cinquant’anni, positiva al gene MTHFR che predispone al rischio di malattie cardiovascolari, abbiamo pensato una dieta che prevede un aumento del consumo di verdura a foglia verde e di pesce azzurro, e una conseguente riduzione del consumo di frutta a guscio e crostacei, meno indicati per i suoi bisogni specifici». Un altro esempio indicativo riguarda il caso di un ragazzo di 15 anni con predisposizione al diabete. «Non abbiamo tolto i dolci, ma piuttosto consigliato il consumo di quelli a indice glicemico più basso, come torte fatte in casa, preparate con farina di miglio, quinoa o grano saraceno al posto delle classiche farine di kamut, farro e frumento». Il concetto che però deve passare è che le soluzioni non sono mai valide universalmente e dipendono dal singolo caso. Il compito della nutrigenetica è solo intervenire d’anticipo e indirizzare il paziente verso i prodotti migliori per il suo DNA. Anche nelle scienze del futuro vale il vecchio adagio: prevenire è meglio che curare.

Patrimonio genetico è per sempre

Per modellare al meglio la dieta secondo i nostri bisogni si deve compiere un test semplicissimo. Come funziona? Si preleva un campione di saliva dal paziente e lo si analizza in laboratorio. Sulla base dei risultati viene elaborata una mappatura di circa 350 alimenti, che funziona come una vera e propria carta d’identità genetica. Questa consente di stabilire non solo come l’organismo riesce a metabolizzare specifiche sostanze, ma anche quali e quanti sono i nutrienti di cui abbiamo bisogno per restare in salute. «Il test vale per tutta la vita, dal momento che il nostro patrimonio genetico non cambia: a 10 a come a 100 anni resta lo stesso. Ciò che possiamo modificare, invece, è la nostra alimentazione, così da renderla più adatta al DNA e permetterci di rimanere in salute».

La mappatura Alimentare

«Al termine della visita di controllo il paziente riceve il referto in cui vengono mappati all’incirca 350 cibi», spiega la dottoressa Carabelli. «Questi alimenti sono suddivisi come in un semaforo: il verde sta a indicare tutti quei cibi che si possono consumare regolarmente; l’arancio/giallo elenca quelli che devono essere mangiati con parsimonia; il rosso, infine, raccoglie tutti gli alimenti proibiti». Sulla base di queste analisi il nutrizionista stila poi la dieta perfetta per lavorare con il nostro patrimonio genetico. E incamminarci lungo la strada del benessere.